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La cittadina di Preneste era gia' ben delineata da secoli, quindo nel II sec. a.C. molti dei suoi cittadini, approfittando delle guerre vittoriose di Roma in Oriente, avviarono delle attivita' commerciali molto lucrative al di fuori dell'Italia a Delo, isola delle Cicladi vicino a Mikonos e qui gli abitanti di Preneste trovarono il luogo ideale per i loro commerci. Un immenso mercato di stoffe, vasellami, oggetti di vita comune ma soprattutto schiavi, talmente tanti schiavi che Strabone parla di una vendita giornaliera di diecimila unita'. Non possiamo sapere di preciso se questo dato e' vero, o se e' solo una maniera per sottolineare il gran numero di persone, fatto sta' che il loro guadagno fu tale da poter costruire con i propri fondi una agora' detta appunto degli Italiani sull'isola greca.
Nella loro cittadina di origine i Prenestini decisero di monumentalizzare e di organizzare i due punti focali della religiosita cittadina costruendo il Santuario della Fortuna Primigenia, come lo vediamo noi oggi. Durante il medioevo la struttura a 6 terrazze fu utilizzata per costruirvi case e chiese, e nel 1056 sulla sommita' i Colonna vi sostruirono addirittura il loro castello. Fu poi il bombardamento del 1944 adare vita ad una campagna di salvaguardia, scavo e restauri per restituirci il tempio come lo vediamo noi ora.
Il complesso sorge sulle pendici del Monte Garofalo, su 6 terrazze collegate tra di loro per mezzo di scalinate  e rampe, per permettere ai fedeli di arrivare fin sulla sommita'. Il primo terrazzamento che si trova oggi lungo la via del Borgo, e' un muro poderoso in opera poligonale, che i Romani probabilmente mutuarono dalle popolazioni Italiche, per la sua robustezza, a cui aprirono lateralmente due porte.

Le porte permettevano di accedere ad un area dove esisteva una sorta di porticato picolino con panche dove i fedeli potevano  sostare al fresco in attesa che gli addetti permettessero loro di iniziare la salita. Il flusso verso la sommita' del santuario era cosi grande da avere un servizio di ordine a regolare i flussi. in vari punti del santuario esistevano fontane per bere e rinfrescarsi nei giorni caldi e durante le attese. Una volta che gli veniva permesso di passare il pellegrino poteva iniziare la salita lungo un passaggio scoperto ma pavimentato, mentre lateralmente ne correva uno chiuso e coperto a volta. Questo doppio passaggio non permetteva di poter vedere cosa si trovava suil lato della valle, e passando dal semi scuro alla luce del pianerottolo centrale, il fedele rimaneva abbagliato dalla luce improvvisa e dal panorama mozzafiato. A quel punto una scalinata piuttosto irta lo portava al piano superiore, la cosi detta "terrazza degli Emicicli". Questa terrazza era delimitata verso la montagna da un lungo porticato molto scenografico che curvava simmetricamente  al centro delle due ali a formare un emiciclo.  Nell'emiciclo di destra, la pavimentazione ci lascia vedere la presenza in antichita' del basamento di una statua, mentre li vicino si trova ancora oggi un pozzo.
Ci parla di questo posto il piu illustre degli scrittori latini, Cicerone nel Della Divinazione, in cui racconta l'origine del Santuario, narrandoci che Numerio Suffustio sogno' ripetutamente di dover andare a scavare in un luogo a lui indicato , e recatosi sul posto comincio' a scavare. Dall'apertura della roccia  apparvero le Sortes, delle tavolette di legno di quercia con incise delle antiche lettere. Il luogo venne recintato e li vicino fu posta la statua della Fortuna Primogenia, raffigurata come una donna che allatta Giove e Giunone. Sempre Cicerone ci racconta che sulla sommita' del santuario, dove si trovava ai suoi tempi il tempio si racconta che vi era un ulivo molto antico che trasudasse miele, a dare una ulteriore conferma del luogo straordinario che sorgeva li. Gli aruspici a quel punto, visti i segni premonitori avevano dichiarato che queste sortes  sarebbero state le piu' famose. Su loro consiglio con il legno dell'ulivo fu costruita una cassetta in cui vennero riposte le sortes, pronte per essere portate in superficie da un fanciullo guidato dalla dea Fortuna. Effettivamente ai giorni nostri appare ancora evidente il luogo dove era posto il basamento della statia, ed il pozzo, a cui i romani costruitono una sorta di copertura a Tholos, e durante gli scavi una testa di donna, probabilmente la Fortuna fu trovata proprio nel pozzo.
Attraverso una scala era possibiile raggoungere il terrazzamento superiore in cui stavano le attivita' commerciali, e poi attraverso una ulteriore scala si accedeva alla terrazza superiore detta cortina, chiusa su tre lati  da un porticato con volte a botte parallele. Al centro sul fondo si trovata una cavea  teatrale, usata solo in caso di spettacolo che poggiando sul portico della cortina, lo strasformava in un criptoportico. Sulla sommita' della cavea invece a coprire il muro di fondo si trovata un porticato semicircolare ora inglobato nel Palazzo Barberini... Infine, nel punto piu' alto un piccolo tempio circolare , quello che oltre all'ulivo sacro doveva conservare anche una statua della Fortuna in bronzo.
Cio' che salta subito all'occhio in questa immensa costruzione e' il massiccio utilizzo dell'opera cementizia, un conglomerato di malta e pozzolana, con pietre calcaree, con grande tenuta statica, che permetytefvano di creare grandi volte e imponenti sostruzioni. Di sicuro precedentamente al II sec. a.C., esistevano due diversi percorsi per accedere alle die diverse aree sacre, Attraverso le scale ortogonali per arrivare al tempio con l'ulivo, e lateralmente per arrivare alle sortes.
La datazione del santuario, che e' stato a lungo discusso, e' ormai universalmente accettato, perche le iscrizioni che ricordano le famiglie che resero possibile la costruzione del santuario, sparirono completamente dopo che la citta' di Preneste appoggio' Mario, e fu quindi sterminata dal vincitore del conflitto Silla, una volta che tutto fu finito.

Il palazzo barberini inve fu costruito inizialmente dalla famiglia colonna nel mille cinquanta , ma fu inizialmente distrutto alla fine del milleduecenta dopo un assedio durato un anno, per ordine di Bonifacio VIII, adirato perche la famiglia Colonna aveva tentato di invalidarne l'elezione. Fu poi distrutto altre volte finche' Francesco Colonna nella seconda meta' del millecinquecento ricostrui' nuovamente il palazzo aggiungendo al centro della scalinata un pozzo, e chiudendo il criptoportico per trasformarlo in un'immensa cisterna. Nel milleseicentotrenta i Colonna lo vendono alla famiglia Barberini, E Taddeo Barberini nel milleseicentoquaranta  gli diede la forma attuale ponendo anche nel palazzo il famoso mosaico del Nilo. Il ricco apparato pittorico del palazzo ormai in cattivo stato e' della scuola degli Zuccari, e ripropone immagini pagane, con Giunone sul carro trainato dai Pavoni, o immagini bibliche e mitologiche. Una parte della residenza rimane di proprieta' della famiglia Barberini.
Il museo e' stato allestito nel 56
Il Mosaici del nilo era in origine il pavimento dell'aula absidata, un ambiete attigio al foro di Preneste. Fu trovato nel milleseicentoquattordici nelle cantine del palazzo vescovile, sul lato destro della Cattedrale di Sant'Agapito. In quella data fu staccato, sezionato e portato a Roma a pezzi, ma un pezazo fu acquisito dal Grandica di Toscana e poi da lui venduto al Museo di Berlino. Per fortunas i Barberini decisero di riportarlo a Palestrina nel 6 ma durante l'operazione fu gravemnente danneggiato e ricomposto in maniera inesatta. Staccato nuovamente durante la seconda guerra mondiale fu nuovamente  collocato nel museo, rimontandolo questa volta un manieraesatta.

Il mosaico, rappresenta una visione a volo d'ccello e puo' essere diviso in tre sezioni, in alto la Nubia, ai confini con l@etiopia, dove il territorio e' selvaggio, abbondano gli animali ed i cacciatori di colore, poi la parte centrale, dove vengono rappresentate le cittadine egiziane, a destra il Santuario del Canopo dedicato ad Osiride, a sinistra un'altra citta turrita, ed a sinistra una costruzione circolare con il nilometro, posto sull'isola Elefantina, ai confini con la Nubia, infine la parte bassa, Alessandria d'egitto, con il suo porto, le sue costruzioni, le sue biblioteche fondata dalla dinastia dei Tolomei. Sappiamo con certezza che questo pavimento si trovava in una stanza in cui penetrava una piccola quantita' d'acqua e quindi questa lama d'acqua copriva il mosaico, ed evidenziava i colori. Vicino al Mosaico sono esposti due pezzi dell'obelisco di Palestrina, trovato scavando davanti all.Aula absidata, anche se i frammenti conosciuti sono 6, ma sono conservati a Napoli. L'obelisco e' stato realizzato nel periodo Claudio o Traianeo da Tito Sestio Africano in granito rosso di Assuan, e sarebbe lo stesso finanziatore dell obelisco che si trova ora davanto al Museo Egizio di Monaco di Baviera. Si tratta sicuramente di un' opera romana, perche' cita un imperatore, forse Nerone, ma purtroppo non ne sappiamo di piu.